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martedì 13 marzo 2012

You really should see these - Day 3: Road movies


Ultima puntata del You really should see these, dedicata interamente ai road movies. Non mi sono però limitato ai road movies classici e ho compilato una lunga lista di film in cui il viaggio è uno degli aspetti più importanti.
Conta il concetto di viaggio (o di fuga) e non di arrivo, quindi. La meta importa solo fino a un certo punto: può anche non esserci oppure corrispondere al luogo da cui si è partiti.
Non è un genere ben definito e i sette titoli che ho scelto, tranne qualche piccola eccezione, sono diversissimi fra loro, ma ho voluto fare una classifica un po' diversa e si è pure rivelata un'ottima occasione per mettere due o tre dei miei film preferiti. Spero che rientri comunque nelle regole scritte da Elio, che come al solito riporto anche qui:

1) Essendo difficile scegliere un unico genere o filone cinematografico, non lo si farà. Se ne possono scegliere 3, ed ogni giorno sarà dedicato ad un genere diverso.
2) Ogni classifica dovrà contare solo ed esclusivamente 7 pellicole.
3) Il genere dovrà essere introdotto, brevemente o meno, e le scelte dovranno essere giustificate, sì da rendere ulteriormente utili le singole classifiche.

Chiunque dovesse decidere di farlo, oltre a rispettare le regole appena scritte, dovrà semplicemente riportare l'identificativa e fantastica immagine ad inizio post.




7. Punto Zero (Richard C. Sarafian, 1971)
Il lungo ed allucinato viaggio di Kowalski, che deve partire da Denver per andare a consegnare una macchina a S. Francisco e che per una scommessa col suo spacciatore decide di affrettare i tempi imponendosi un tempo limite praticamente impossibile da rispettare. A seguire la sua folle corsa, un dj che ne incoraggia la fuga dalle forze dell'ordine e il cui studio verrà poi assalito dalla polizia e da alcuni “manifestanti”. Accolto non troppo positivamente dalla critica, col passare degli anni è diventato un citatissimo cult movie, da Tarantino in Death Proof ai Primal Scream che gli dedicano un intero album.



6. Into the Wild (Sean Penn, 2007)
Di nuovo una fuga. Dallo stesso “nemico”, si potrebbe dire. Ma se Kowalski, per andarsene da un modo di vivere che non lo soddisfa, decide di montare in sella alla sua Challenger, McCandless sceglie il percorso inverso. Si libera della maggior parte dei beni di consumo che possiede, scappa da un futuro che gli avrebbe garantito soldi e vita facile, abbandona gli affetti e comincia il suo viaggio con un'unica idea in testa: allontanarsi il più possibile da una società fatta di obblighi e convenzioni avvicinandosi alla Natura e ad un modo di vivere più libero ed appagante.
Penn, pur non giudicando il protagonista, è comunque bravo nell'insistere sui motivi che lo hanno portato al totale abbandono di un'esistenza programmata a priori.



5. Valhalla Rising (Nicolas Winding Refn, 2009)
Tempi dilatati, abbandono quasi totale dei dialoghi. L'Uomo si allontana dalla Natura con la pretesa che la religione possa fornire risposte che non esistono.
Da qui nasce lo smarrimento che assale chiunque creda che attraverso un presunto dio sia possibile elevarsi al di sopra degli altri e imporre una visione gerarchica della vita. Questo smarrimento si tramuterà in follia e infine in cieca violenza. Alla fine del lungo viaggio, l'unico a trovare se stesso sarà proprio One-Eye, il guerriero muto in cerca del Valhalla.



4. Cinque pezzi facili (Bob Rafelson, 1970)
Dupea, dopo aver rinnegato le sue origini borghesi, trova lavoro come operaio in California. Ma la ripetitività di questa sua nuova vita incomincia a stancarlo e sente il bisogno di andarsene nuovamente, abbandonando amori e amicizie.
Terzo film della classifica in cui il viaggiare si rivela come una fuga in piena regola; un ribellarsi ad un qualcosa di non ben definito che soffoca e rattrista, e da cui si sente quindi il bisogno di scappare. Nicholson eccezionale.



3. Stranger than paradise (Jim Jarmusch, 1984)
Eva arriva a Cleveland dall'Ungheria e suo cugino Willie è costretto ad ospitarla per una decina di giorni, il tempo necessario affinché la zia di lei venga dimessa dall'ospedale.
Uno dei pochi road movies in cui i personaggi non subiscono cambiamenti. Si viaggia svogliatamente, quasi per inerzia, un po' per piacere e un po' perché non c'è fondamentalmente nulla di meglio da fare. Eppure si scherza, si ride e ci si innamora pure, ascoltando I Put A Spell on You di Screamin' Jay Hawkins lungo le strade deserte delle periferie americane. Ma Jarmusch, come al solito, rimane in bilico fra l'ironia ed un'inevitabile malinconia di fondo.



2. Apocalypse Now (Francis Ford Coppola, 1979)
Me ne rendo conto: il film di Coppola, in questa classifica, sembra un po' un intruso. Ma il viaggio, in questo caso, conta ben più di un conflitto che viene affrontato solo in parte e mai in modo troppo insistito. Ovviamente le intenzioni erano quelle di parlare del Vietnam, ma Coppola sceglie di farlo attraverso la follia che, come una malattia, si impossessa dei soldati, limitando le scene di battaglia e aggiungendo un personaggio (Kurtz) in grado di rappresentare in modo perfetto “l'orrore” ricercato dal regista.
Una lunga ed ipnotica avventura – questa volta con una meta – che si rivelerà ben più complicata del previsto.



1. Pierrot le fou (Jean-Luc Godard, 1965)
Giudicato scandaloso da benpensanti e conservatori dell'epoca, fu addirittura vietato ai minori di 18 anni. Il motivo ufficiale: “un anarchisme intellectuel et moral” (un anarchismo intellettuale e morale). Pierrot e Marianne, delinquenti, scappano dalle apparenze e dall'ipocrisia di quella che Belmondo definisce la “civiltà dei culi” e iniziano un lungo viaggio senza meta, logica o regole attraverso la Francia.
Probabilmente uno dei film più rivoluzionari della già di per sé rivoluzionaria Nouvelle Vague. Sia per la messa in scena che per i contenuti. Godard critica consumismo (quello della “società dei culi” di cui sopra), capitalismo, politiche imperialiste, produzione di armi e tutto quanto possa opporsi allo spirito libertario dei due innamorati in fuga, che continueranno a viaggiare e cantare senza una meta precisa, fino alla fine.

lunedì 24 gennaio 2011

Bande à part


Di Jean-Luc Godard, 1964 (Francia)
Con Anna Karina, Samy Frey, Claude Brasseur, Danièle Girard, Louisa Colpeyn
Scritto da Jean-Luc Godard, tratto dal romanzo "Fool's Gold" di Dolores Hitchens
Montaggio di Françoise Collin, Dahlia Ezove, Agnès Guillemot
Fotografia di Raoul Coutard
Musiche di Michel Legrand
Durata: 95 min.

Franz e Arthur (Rimbaud?) sono entrambi innamorati di Odile, una giovane studentessa di lingue. Quando lei confessa che nella villa in cui abita con sua zia è nascosta una grossa somma di denaro, i due progettano di impossessarsene. Sarà proprio Odile ad aiutarli, ma non tutto andrà per il verso giusto.
Rispetto ad altri film dello stesso periodo di Godard, Bande à part è sicuramente più canonico. Questo non impedisce al regista di interrompere la narrazione quando più gli aggrada, di far osservare agli attori un minuto di silenzio – che in realtà dura un po' meno - semplicemente perché non hanno niente di interessante da dirsi o di parlare direttamente allo spettatore (la voce fuori campo è la sua) dei sentimenti dei personaggi, magari divertendosi a far loro visitare di corsa il Louvre battendo di qualche secondo il record mondiale di velocità. Ad ogni modo la sceneggiatura si concentra principalmente sulle vicende dei tre scanzonati, teneri, spensierati, disillusi e disincantati protagonisti, senza particolari divagazioni come in molti altri suoi lavori della nouvelle vague.
Eppure il fascino non ne risente affatto, e il tocco del regista è come sempre riconoscibile, con quella specie di umorismo presente anche nelle scene più drammatiche, la voglia di vivere, le scene cantate, i dialoghi assurdi...
Meno ambizioso di altri suoi capolavori, si potrebbe quasi dire che qui Godard non fa altro che mettere in scena una semplice storiella di furti, amori e tradimenti, uno di quei film di serie b a cui due anni prima aveva pure dedicato Questa è la mia vita, e che infatti finisce così, “come un romanzo a buon mercato”.

sabato 8 gennaio 2011

Pierrot le fou - Il bandito delle ore undici



Pierrot le fou
Di Jean-Luc Godard, 1965 (Francia, Italia)
Con Jean-Paul Belmondo, Anna Karina
Scritto da Jean-Luc Godard, tratto dal libro di Lionel White
Montaggio di Françoise Collin
Fotografia di Raoul Coutard
Musiche di Antoine Duhamel
Durata: 110 min.

Pierrot (che si chiama Ferdinand) abbandona la famiglia e la società borghese a cui appartiene per scappare con la nipote di un suo amico immischiata in loschi traffici. Dopo aver commesso un omicidio inizieranno un lungo e surreale viaggio senza meta.
Godard ama spesso ricordare allo spettatore che si trova davanti a un film. E se in una scena Belmondo si gira addirittura verso la camera per parlare direttamente al pubblico, con la Karina che gli chiede "con chi parli?" e lui che per nulla imbarazzato le risponde "con lo spettatore", il resto del film si basa comunque su una narrazione provocatoria e disordinata, piena di rimandi e citazioni che nulla hanno a che vedere con la trama. Si parla della guerra in Vietnam e di come viene raccontata dai media, del valore dell'arte e dei sentimenti (Pierrot, appassionato di letteratura, dice a Marianne, amante della musica: "Non si può avere una conversazione seria con te, non hai mai idee, solo sentimenti". "Non è vero" - risponde lei - "ci sono delle idee nei sentimenti"), di una società che iniziava già a diventare pesantemente consumista e ipocrita ("La civiltà dei culi" - dice Pierrot guardando la pubblicità di pantaloni attillati in un giornale), di un mondo triste ma anche pieno di vita, di imprevisti, di assurdo. Tutti sentimenti forti e contrastanti che si scontrano con una generale sensazione di incomunicabilità.
È un film provocatorio e rivoluzionario, romantico e spietato, surreale ma anche esageratamente sincero e spontaneo. Il ghigno di Pierrot e la vitalità di Marianne si fanno amare, e ci si ritrova a seguire con passione e interesse il loro continuo vagare nella Francia ma anche sullo schermo, quando sembrano muoversi senza logica, saltando sui tronchi o improvvisando un balletto in una delle due o tre parti cantate della pellicola. Stupendo.

sabato 1 gennaio 2011

Questa è la mia vita



Vivre sa vie: Film en douze tableaux
Di Jean-Luc Godard, 1962 (Francia)
Con Anna Karina, Sady Rebbot, André S. Labarthe, Monique Messine
Scritto da Jean-Luc Godard, Marcel Sacotte, tratto dall'inchiesta "Où en est la prostitution" di Marcel Sacotte
Montaggio di Jean-Luc Godard, Agnès Guillemot
Fotografia di Raoul Coutard
Musiche di Michel Legrand
Durata: 80 min

Una giovane ragazza delusa di non riuscire ad entrare nel mondo del cinema non può pagare l'affitto e viene quindi sfrattata. Qualche tempo dopo inizia a prostituirsi per riuscire a rimediare un po' di soldi.
Godard, in piena Nouvelle Vague, si concentra sul mondo della prostituzione analizzandola dal punto di vista di una giovane ragazza di ventidue anni che finisce nel giro quasi per caso.
La sceneggiatura è tratta da un'inchiesta di quegli anni sul mondo della prostituzione, e contiene addirittura una breve parte in stile documentaristico. Ma grazie alla bravura e alla sperimentazione di Godard il film va oltre. Da scene di culto come il ballo nel locale si passa a Nana che parla del significato della vita e dell'amore con un signore appena incontrato in un bar. L'enorme fascino di Questa è la mia vita si scontra poi con il duro messaggio finale. Stupendo.

lunedì 13 dicembre 2010

Fino all'ultimo respiro



À bout de souffle
Di Jean-Luc Godard, 1960 (Francia)
Con Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Daniel Boulanger, Jean-Pierre Melville
Scritto da Jean-Luc Godard, François Truffaut
Montaggio di Cécile Decugis, Lila Herman
Fotografia di Raoul Coutard
Musiche di Martial Solal
Durata: 90 min.

Un criminale in fuga incontra a Parigi una studentessa americana di cui si era precedentemente invaghito, e rimane con lei per alcuni giorni.
Il primo film di Godard inaugura la nouvelle vague presentando un linguaggio cinematografico innovativo, diretto e realistico. Dialoghi quasi improvvisati e recitazione spontanea, montaggio spezzettato e parecchi richiami al genere noir contribuiscono al singolare ed irresistibile fascino di una pellicola indispensabile.