sabato 19 maggio 2012

Visioni



Non pubblico niente da un mese e mezzo e ultimamente ho pure smesso di lasciare commenti in giro. Magari seguo, ma in silenzio. Tutto ciò non è frutto di una scelta precisa ma piuttosto di una serie di circostanze di cui immagino non freghi niente a nessuno. Finirà.
Ad ogni modo, mi è venuta voglia di scrivere qualcosa per evitare che PPS diventi una specie di blog fantasma e per salutare quei pochi che magari passano ancora di qui. Allora, siccome non ho intenzione di concentrarmi su un unico film e di qualcosa dovrò pur parlare, farò una specie di elenco delle visioni che ultimamente mi hanno colpito di più, sia in positivo che in negativo.
Se volete, potete leggere ascoltando questa canzone:



Ho visto The Artist, e sarà che io di cinema muto ne ho visto pochissimo e a farmi piacere questo mi sarei quasi sentito in colpa, oppure che i cani ammaestrati per far ridere a comando mi fanno perdere quel poco di fiducia nell'essere umano che ancora mi è rimasta, o ancora che essere figa e fare le boccacce non vuol dire saper recitare, però ecco, fondamentalmente mi sono sentito preso per il culo per un'ora e quaranta.
Un altro film brutto è Chronicle, che è piaciuto a tutti ma che personalmente ho trovato abbastanza scadente. La storia la sapete: ci sono due studenti figaccioni e uno sfigato che di colpo si ritrovano con dei superpoteri. All'inizio va tutto bene ma poi, negli ultimi sei minuti di film, la situazione degenera. Non succede quasi nulla, quel poco che succede non è interessante e i tre ggiovani sono uno più fastidioso dell'altro. Peccato.
Poi c'è The Grey, con Liam Neeson nella parte di se stesso che si ritrova a fronteggiare centinaia di lupi affamati che sembrano avercela proprio con lui. La scena notturna con gli occhi dei lupi che si accendono (e poi si spengono) in sequenza come lampadine mi ha dato voglia di interrompere tutto, ma sfortunatamente sono comunque arrivato alla fine. Il regista, per la cronaca, è lo stesso dell'imbarazzante A-Team. Evitatelo, davvero.
Ho visto molti altri film poco seri che non mi son piaciuti, ma non meritano particolari approfondimenti, a parte forse The Awakening, horror gotico col classico doppio twist finale che parte bene ma si perde in fretta. Molto meglio The Woman in Black, di cui se non altro ho gradito la fotografia. E a proposito di Harry Potter, siccome i primi li avevo visti tutti e non concludere la saga non avrebbe avuto molto senso, ultimamente mi sono procurato anche gli ultimi capitoli. Niente di che, sia chiaro, ma almeno non mi sono annoiato. Mi ha un po' deluso il finale, ma forse è perché dell'universo di Harry Potter c'ho capito poco.

SPOILER: insomma, fa un po' di tristezza vedere il maghetto invecchiato in giacca e cravatta, presumibilmente con una vita normale e un lavoro noioso, accompagnare il figlio alla scuola di maghi e poi non andare con lui. Cioè, hai la possibilità di vivere in un mondo magico pieno di creature fantastiche, e te ne torni a Londra per metter su famiglia? Mah...
FINE SPOILER

Per concludere le brutte visioni, merita una citazione anche questo che... be', sì, sarà anche povero, avrà pure tutti i difetti che volete, ma insomma, mi aspettavo di peggio.
Ora, viaggi nel tempo: c'è Primer, incasinatissimo e tutto sommato abbastanza inquietante film che gli appassionati dell'argomento devono assolutamente vedere. Stesso discorso per The Girl Who Leapt Through Time, cartone animato giapponese romantico e avvincente che consiglierei più o meno a chiunque. Infine, dopo anni e anni, ho recuperato Los cronocrímenes, che però mi ha enormemente deluso.
Sempre in ambito fantascientifico, ho visto The Divide che, non me l'aspettavo, mi è piaciuto parecchio. Lo attendevo da molto, soprattutto per via della trama: in pratica il film inizia con un'esplosione nucleare causata da non sapremo mai cosa o chi, e un gruppo di persone si ritrova chiuso nel rifugio sotterraneo di uno che c'aveva visto lungo e che si era già organizzato per poter sopravvivere lontano dalla superficie. Il problema è che sono in tanti e già dopo poche ore salteranno fuori le prime incomprensioni, che presto si tramuteranno in ricatti e violenza. C'è qualche calo qua e là, ma il voto di imdb non gli rende giustizia, probabilmente a causa della pesantezza di alcune scene. Bellissimi gli ultimi dieci minuti.
Un altro horror carino che intrattiene il giusto è Fritt Vilt, visto quasi per caso qualche tempo fa.



Mi viene da segnalare anche questo Killer Klowns From Outer Space. Vittima di un inspiegabile 5.7 su imdb, è esattamente il film che vorreste trovarvi davanti se aveste voglia di una storia con perfidi ma buffi clown alieni che invadono la Terra. Nulla fuori posto, nessuna pretesa, sangue, risate... quasi perfetto.
Ho rivisto pure Contact, che mi ricordavo bello e che questa volta, lo ammetto, mi ha pure commosso.
Poi mi è capitato di vedere Breakdown, e allora mi sono messo a recuperare tutti i thriller on the road che sono riuscito a trovare: The Hitcher (finora avevo visto solo lo squallidissimo remake), Joy Ride, Highwaymen, Transit... A parte quest'ultimo sono tutti abbastanza carini, anzi, The Hitcher è proprio bello, a parte la scena poco credibile in cui il protagonista si fa arrestare praticamente senza motivo. Mi manca ancora Roadgames, che tra l'altro è quello che avevo in lista d'attesa da più tempo... Un altro ottimo thriller on the road (ma questa volta coi treni) che ho visto ultimamente è Transsiberian, che per quanto mi riguarda è il migliore di Anderson, insieme forse a L'uomo senza sonno. Consigliatissimo.


Questo post sta diventando sempre più disordinato e privo di senso, quindi concludo parlando di altri due film che mi sono rimasti particolarmente impressi. Il primo è Nothing Personal, opera prima della Antoniak. È la storia di Anne che svuota il suo appartamento e lascia mobili e oggetti sul marciapiede davanti a casa. Dalla finestra guarda poi i passanti che rovistano fra la sua roba portandosi via ciò che più gradiscono: poltrone, lampade e suppellettili vari. A legarla ad un passato che intende chiaramente lasciarsi alle spalle, le rimane solo l'anello di un matrimonio finito male e di cui non sapremo mai nulla. Buttato via anche quello, Anne può finalmente partire zaino in spalla. Fra la diffidenza di una famigliola felice che si rifiuta di darle un passaggio in macchina e qualche incomprensione varia, arriva in Irlanda nella selvaggia regione di Connemara. Dopo qualche notte passata a dormire in tenda in mezzo alla natura, trova la casa di Martin, un vedovo che ha perso la moglie presumibilmente da poco. I due si conoscono e fanno un accordo: lei lavorerà per lui in cambio di vitto e alloggio, ma non dovranno mai farsi domande personali sul loro passato.
Si inzia direttamente con la scena dei mobili in strada, senza considerare le ragioni che hanno spinto Anne ad una tale decisione, e non si perde tempo a raccontare il passato dei due protagonisti nemmeno quando, dopo una ventina di minuti di film, Anne e Martin si conoscono. Alcuni dettagli sono suggeriti, ma niente più. Tutto quello che serve sapere è lì, e del “perché questo” e “come mai quello” la Antoniak, fortunatamente, se ne frega. L'aspetto che più le interessa è la continua ricerca di solitudine da parte dei due personaggi, contenti di essersi trovati ma comunque desiderosi di conservare ciascuno la propria intimità.

Il secondo è Il raggio verde, di Rohmer, che non avevo ancora visto e che mi è sembrato quasi un capolavoro. Parla di Delphine, della sua solitudine e dell'incapacità di avere rapporti normali con le persone. È meraviglioso, non dico altro.

venerdì 30 marzo 2012

Polisse




Di Maïwenn, 2011 (Francia), 127 min.
Con Karin Viard, Joey Starr, Marina Foïs, Maïwenn, Riccardo Scamarcio, Emmanuelle Bercot
Scritto da Maïwenn, Emmanuelle Bercot

La Brigade de Protection des Mineurs si occupa delle violenze sui minori, di casi di pedofilia e anche di alcuni piccoli reati commessi da minorenni. Maïwenn, adottando un classico stile documentaristico, prova a farci un film.
La pellicola nel suo insieme appare però falsa, pretenziosa ed esagerata, non tanto nelle dure descrizioni di quello che le vittime sono costrette a sopportare, quanto nel cattivo gusto e nella retorica di una sceneggiatura e di una regia basate esclusivamente sulla costante ricerca di un realismo mai raggiunto e sulla voglia irrefrenabile di scandalizzare ad ogni costo lo spettatore.

Le intenzioni di Maïwenn erano di restare imparziale e di evitare di descrivere degli eroi, ma bastano una decina di minuti per rendersi conto che non sarà così: viviamo in un mondo di pedofili e meno male che ci pensa la BPM, i cui agenti non hanno un momento libero nemmeno quando sono seduti in un bar a prendere un caffè, poiché basta girare un attimo lo sguardo per assistere a scene di bambini maltrattati e infanzie rovinate. È grazie a loro se possiamo dormire tranquilli, sembra suggerire la regista.
Ed ecco che l'abuso di potere non è più un problema, perché loro sono la Police e quindi possono (c'è una scena in cui vengono pronunciate più o meno le stesse parole), e andare a prelevare con la forza i bambini in un campo rom per schiaffarli in un collegio diventa cosa giusta e bella, la cui durezza viene poi esorcizzata in una scena che ancora spero di essermi solo immaginato: i giovani zingari, in lacrime fino a pochi minuti prima, salgono sul pullman delle forze dell'ordine e si mettono a cantare e a ballare in compagnia degli eroici poliziotti sorridenti. Roba da vomito.
Ma gli eroi, si sa, devono comunque avere dei problemi perché in fondo sono persone comuni, e allora entriamo anche nelle vite private di ciascuno di loro, in un'accozzaglia di scene ripetitive e stereotipate fino all'inverosimile (i dialoghi politici su Sarko; la moglie che vorrebbe che il marito poliziotto le raccontasse qualcosa del suo lavoro e il marito che risponde – urlando senza ragione, ché così è tutto più realistico e disperato – che non c'è niente di bello in quello che fa; la poliziotta anoressica che odia gli uomini; il poliziotto incazzato con tutto e tutti e tante altre simpatiche situazioni familiari che vengono trattate con maggior rigore e sensibilità anche nel peggiore dei cinepanettoni).
E la regista, forse preoccupata che le due ore abbondanti possano risultare eccessive (e lo sono), sovraccarica dialoghi e contenuti, disorientando attori (escluso Joey Starr, che sfortunatamente si è beccato il ruolo principale ma non è chiaramente un attore e compare nel film solo perché nella realtà, se ho ben capito, va a letto con Maïwenn) e spettatori. La convinzione che debba sempre e comunque succedere qualcosa di estremamente drammatico, che si tratti del lavoro quotidiano, delle implicazioni politiche o delle dinamiche dei rapporti fra i vari corpi della polizia (la BPM viene considerata dagli altri poliziotti come una sorta di reparto minore), appare quindi inutile e contribuisce a rendere il risultato finale una sorta di parodia involontaria.
Certo è facile spingere lo spettatore a simpatizzare per le giovani vittime descritte nel film; meno facile è non scadere in un superficiale ed irritante moralismo conformista da due soldi.

03/20

Per due pareri completamente diversi, leggete la recensione Fordiana e quella Cannibale.


lunedì 26 marzo 2012

Undisputed Trilogy


Non sono mai stato un particolare fan dei film di arti marziali o degli sport da combattimento, però, come molti umani maschi nati all'inizio degli anni '80, sono cinematograficamente cresciuto anche coi film di Van Damme e soci. Con questa trilogia (in particolar modo coi due film di Florentine) mi è sembrato di tornare indietro nel tempo e quindi eccoci qui. Sono ovviamente presenti spoiler.

Nel 2002, fra l'indifferenza generale, esce Undisputed. Alla regia un veterano del genere, Walter Hill, che si occupa anche della sceneggiatura insieme a David Giler, i cui lavori di maggior rilievo rimangono quelli legati alla saga di Alien. Il film è un onesto dramma carcerario con Wesley Snipes e Ving Rhames, senza nulla di particolare da dire ma ben diretto e tutto sommato gradevole. La storia è semplice: George Chambers, famosissimo campione di boxe ispirato alla figura di Mike Tyson, viene accusato di stupro e rinchiuso in un carcere in mezzo al deserto. Il boss mafioso Peter Falk ne approfitta per organizzare un incontro fra Chambers e Monroe Hutchen, ex giovane promessa della boxe, imbattuto da più di dieci anni di tornei carcerari.
Quattro anni dopo, con l'aiuto di alcuni produttori del primo, si decide di girare un sequel. E si saranno chiesti: “che stile gli diamo, come lo facciamo?” La risposta dev'essere stata un coro unanime del tipo: “facciamolo ZARRO!” E così è stato.


E quindi, riprendendo a grandi linee la trama del primo ma invertendo buoni e cattivi, chiamano Michael Jai White nel ruolo di Chambers e Scott Adkins in quello del personaggio d'azione più pericoloso che si sia visto in giro negli ultimi anni: Yuri Boyka, “the most complete fighter in the world; the next stage”, come a lui piace tanto ricordare. White già lo si era visto in giro in qualche blockbuster sparso e in Black Dynamite, quasi sempre “in borghese”, e poi anche nel bruttino Blood and Bone, dove interpreta un ruolo molto simile a quello di Chambers, non tanto per quanto riguarda la personalità, quanto per l'abilità nello spaccare i culi. E poi c'è questo Adkins, che io non conoscevo (in realtà aveva fatto qualche comparsata in film come Danny the Dog e Bourne Ultimatum) e che, come si scriveva prima, riesce a conquistare pubblico e critica (?) guadagnandosi pure il ruolo da protagonista nel terzo capitolo. In questa serie, infatti, hanno l'abitudine di fare del cattivo di un film il personaggio principale del seguente: Chambers (ma non Ving Rhames) torna nel secondo e diventa buono, Boyka torna nel terzo e diventa un filino meno cattivo. Ma per ora fermiamoci al secondo: The Last Man Standing.
Chambers, dopo essersi fatto mazzolare da Snipes, si trova in Russia per girare uno spot pubblicitario e per una serie di incontri organizzati. Si dà il caso che lì in Russia ci sia anche Gaga, un mafioso che si occupa di scommesse sui combattimenti fra carcerati. Preoccupato per il suo giro d'affari, Gaga fa in modo che Chambers venga trovato in possesso di un grande quantitativo di droga e sia quindi rinchiuso nel carcere in cui si trova Boyka. Le sue intenzioni sono chiare: organizzare un incontro fra i due. Ed è proprio sulla fisicità di Jai White e di Adkins che si regge il film.
Il primo è il cattivo buono per cui si fa il tifo e che si allena su questa canzone qui, il secondo è uno spietatissimo russo dal passato oscuro, capo incontrastato della prigione; cattivo, ma a suo modo anche leale: c'è un momento in cui per facilitargli le cose gli drogano a sua insaputa l'avversario, che lui quindi batte senza troppi problemi (lo avrebbe battuto comunque, diciamolo); quando lui però viene a saperlo la prende malino e “spiega” ai malcapitati di turno che per vincere non ha bisogno di certi trucchetti.


Le differenze fra il film di Walter Hill e questo di Florentine appaiono evidenti fin da subito. Il primo è un sottovalutato dramma d'azione senza pretese diretto da uno che il cinema d'azione sa come trattarlo, peraltro già avvezzo ai film di combattimento; il secondo abbandona (ma non del tutto) le componenti più drammatiche e si concentra su quelle adrenaliniche, diventando pura apologia della tamarraggine. La storia c'è ma, malgrado Florentine e soci abbiano fatto un buon lavoro nel curare una trama che non diventi una mera scusa per arrivare alle scene di violenza, i combattimenti rappresentano sicuramente il punto di maggior interesse della pellicola. Diretti ed eseguiti con stupefacente maestria, contengono mosse inimmaginabili e cartelle in faccia che ti fai male solo a guardarle. La macchina da presa non viene scossa freneticamente per inserire lo spettatore nell'azione, il montaggio è ridotto al minimo se si pensa ad altri combattimenti corpo a corpo del cinema americano recente e i virtuosismi si limitano a pochi ralenti ed accelerazioni improvvise.
È una ricetta che funziona e infatti, quando quattro anni dopo arriva il momento dell'inevitabile terzo capitolo, gli ingredienti restano più o meno gli stessi.
Boyka, sempre più zarro ma con una gamba praticamente fuori uso, si offende quando nel carcere in cui un tempo spadroneggiava arriva un nuovo campione di arti marziali, che Gaga (sempre lui) sceglierà per partecipare ad un importante torneo fra carcerati al cui vincitore verrà garantita la libertà. Credibilità della trama prossima allo zero ma applausi garantiti già dopo pochi minuti, quando Boyka irrompe nella sala in cui il nuovo campioncino ha appena vinto un incontro, gli lancia addosso un secchio d'acqua e lo sfida a combattere. Vince facile, e si aggiudica un posto al torneo.
L'unica differenza rispetto al secondo è il modo in cui viene strutturata la vicenda: al torneo partecipano otto atleti e vediamo tutti i combattimenti, anche quando sul ring non ci sono Boyka o il suo nuovo amichetto del cuore Turbo, secondo protagonista del film. Il cattivo, in questo caso, è interpretato da un certo Zaror, efficace nella parte di un assassino squilibrato. Calci rotanti e sganassoni vari trovano spazio anche al di fuori del ring, ad esempio in una mega rissa fra Boyka, Turbo e una ventina di secondini armati di manganello.
Non sono certo pellicole adatte a tutti, ma rappresentano una visione obbligatoria per gli appassionati dei film di legnate. Va anche detto che chiunque di voi sia un patito del genere avrà già visto tutt'e tre i film, il che rende questa recensione fondamentalmente inutile.

Undisputed (Walter Hill, 2002) 12/20
Undisputed 2: Last Man Standing (Isaac Florentine, 2006) 13/20
Undisputed 3: Redemption (Isaac Florentine, 2010) 13/20

giovedì 15 marzo 2012

Last Life in the Universe


Ruang rak noi nid mahasan
Di Pen-Ek Ratanaruang, 2003 (Thailandia, Giappone), 112 min.
Con Tadanobu Asano, Sinitta Boonyasak, Laila Boonyasak, Takashi Miike
Scritto da Pen-Ek Ratanaruang, Prabda Yoon

Kenji sta preparando l'ennesimo tentativo di suicidio: la corda è fissata, nel suo appartamento stracolmo di libri non vola una mosca e lui già si immagina la scena di quando troveranno il suo cadavere ancora appeso per il collo. Ad interrompere la scena, giusto in tempo, ci pensa suo fratello Yukio, membro della yakuza appena arrivato a Bangkok dal Giappone. Personaggio fastidioso, arrogante, invadente; non si fa troppi problemi a prendere in giro il fratello per i suoi tentativi di suicidio e inizia a trattarlo come uno schiavo già dopo pochi secondi. Kenji, invece, è tutto il contrario: è riservato, parla poco ed è gentile con tutti, fratello compreso. Dopo i pochi minuti necessari per entrare in sintonia coi personaggi, Kenji rimane coinvolto in uno confronto mortale fra Yukio e un altro membro della yakuza, e si ritrova con due cadaveri in casa.
Nel frattempo ci vengono brevemente presentate Noi e Nid, due sorelle che non fanno altro che litigare. Sono in macchina e stanno tornando a casa, ma ad un certo punto Noi dice qualcosa di troppo e Nid ferma la macchina dicendole di scendere. Dopo qualche secondo, ferma in mezzo alla strada, Noi si accorge di un uomo che sta per buttarsi giù dal ponte. Si tratta di Kenji, che si gira a sua volta e prova a sorriderle. L'improvvisa intesa che si è creata fra i due personaggi viene però interrotta da una macchina che travolge Noi, uccidendola.
Kenji accompagnerà poi Nid all'ospedale e in seguito pure a casa sua, e scoprirà di avere un motivo in più per continuare a vivere.
Quella di due vite che si ritrovano legate per via di un incidente è una trama che non sembra effettivamente dire nulla di nuovo, ma questo non è un film sul dolore o sul superamento di un trauma, e la morte improvvisa di Noi non lascia tracce pesanti sul resto della pellicola. Al centro dell'attenzione vi è lo strano rapporto che si instaura fra Nid e Kenji e la parte più importante della vicenda è quasi interamente ambientata nella disordinata e semidistrutta casa di lei, dove i due personaggi si parlano provando ad imparare uno la lingua dell'altra (con l'aiuto di qualche frase in inglese), passando la maggior parte del tempo a fumare erba sdraiati sul divano.
Si vive, quindi, in un mondo a parte, isolati dalla società ed immersi in un'incantevole atmosfera che il regista è bravo a non rendere mai invadente o fuori luogo.
Questa nuova amicizia permetterà inoltre al timido Kenji di ritrovare un certo interesse nelle cose, e una delle prime risoluzioni sarà quella di aiutare Nid a pulire e ordinare l'appartamento. In seguito si ritroverà pure a dover difendere la ragazza da uno strano individuo che la perseguita, in una scena che permetterà, attraverso un semplice tatuaggio, di scoprire finalmente qualcosa in più sul passato del protagonista e sul perché abbia deciso di trasferirsi a Bangkok.
A complicare le cose, dopo più di un'ora di pellicola a metà fra il romantico ed il surreale (bellissima la scena in cui la casa si mette a posto da sola), arrivano dal Giappone i colleghi mafiosi del fratello di Kenji, la cui improvvisa entrata in scena condurrà la pellicola all'enigmatico finale.

17/20

martedì 13 marzo 2012

You really should see these - Day 3: Road movies


Ultima puntata del You really should see these, dedicata interamente ai road movies. Non mi sono però limitato ai road movies classici e ho compilato una lunga lista di film in cui il viaggio è uno degli aspetti più importanti.
Conta il concetto di viaggio (o di fuga) e non di arrivo, quindi. La meta importa solo fino a un certo punto: può anche non esserci oppure corrispondere al luogo da cui si è partiti.
Non è un genere ben definito e i sette titoli che ho scelto, tranne qualche piccola eccezione, sono diversissimi fra loro, ma ho voluto fare una classifica un po' diversa e si è pure rivelata un'ottima occasione per mettere due o tre dei miei film preferiti. Spero che rientri comunque nelle regole scritte da Elio, che come al solito riporto anche qui:

1) Essendo difficile scegliere un unico genere o filone cinematografico, non lo si farà. Se ne possono scegliere 3, ed ogni giorno sarà dedicato ad un genere diverso.
2) Ogni classifica dovrà contare solo ed esclusivamente 7 pellicole.
3) Il genere dovrà essere introdotto, brevemente o meno, e le scelte dovranno essere giustificate, sì da rendere ulteriormente utili le singole classifiche.

Chiunque dovesse decidere di farlo, oltre a rispettare le regole appena scritte, dovrà semplicemente riportare l'identificativa e fantastica immagine ad inizio post.




7. Punto Zero (Richard C. Sarafian, 1971)
Il lungo ed allucinato viaggio di Kowalski, che deve partire da Denver per andare a consegnare una macchina a S. Francisco e che per una scommessa col suo spacciatore decide di affrettare i tempi imponendosi un tempo limite praticamente impossibile da rispettare. A seguire la sua folle corsa, un dj che ne incoraggia la fuga dalle forze dell'ordine e il cui studio verrà poi assalito dalla polizia e da alcuni “manifestanti”. Accolto non troppo positivamente dalla critica, col passare degli anni è diventato un citatissimo cult movie, da Tarantino in Death Proof ai Primal Scream che gli dedicano un intero album.



6. Into the Wild (Sean Penn, 2007)
Di nuovo una fuga. Dallo stesso “nemico”, si potrebbe dire. Ma se Kowalski, per andarsene da un modo di vivere che non lo soddisfa, decide di montare in sella alla sua Challenger, McCandless sceglie il percorso inverso. Si libera della maggior parte dei beni di consumo che possiede, scappa da un futuro che gli avrebbe garantito soldi e vita facile, abbandona gli affetti e comincia il suo viaggio con un'unica idea in testa: allontanarsi il più possibile da una società fatta di obblighi e convenzioni avvicinandosi alla Natura e ad un modo di vivere più libero ed appagante.
Penn, pur non giudicando il protagonista, è comunque bravo nell'insistere sui motivi che lo hanno portato al totale abbandono di un'esistenza programmata a priori.



5. Valhalla Rising (Nicolas Winding Refn, 2009)
Tempi dilatati, abbandono quasi totale dei dialoghi. L'Uomo si allontana dalla Natura con la pretesa che la religione possa fornire risposte che non esistono.
Da qui nasce lo smarrimento che assale chiunque creda che attraverso un presunto dio sia possibile elevarsi al di sopra degli altri e imporre una visione gerarchica della vita. Questo smarrimento si tramuterà in follia e infine in cieca violenza. Alla fine del lungo viaggio, l'unico a trovare se stesso sarà proprio One-Eye, il guerriero muto in cerca del Valhalla.



4. Cinque pezzi facili (Bob Rafelson, 1970)
Dupea, dopo aver rinnegato le sue origini borghesi, trova lavoro come operaio in California. Ma la ripetitività di questa sua nuova vita incomincia a stancarlo e sente il bisogno di andarsene nuovamente, abbandonando amori e amicizie.
Terzo film della classifica in cui il viaggiare si rivela come una fuga in piena regola; un ribellarsi ad un qualcosa di non ben definito che soffoca e rattrista, e da cui si sente quindi il bisogno di scappare. Nicholson eccezionale.



3. Stranger than paradise (Jim Jarmusch, 1984)
Eva arriva a Cleveland dall'Ungheria e suo cugino Willie è costretto ad ospitarla per una decina di giorni, il tempo necessario affinché la zia di lei venga dimessa dall'ospedale.
Uno dei pochi road movies in cui i personaggi non subiscono cambiamenti. Si viaggia svogliatamente, quasi per inerzia, un po' per piacere e un po' perché non c'è fondamentalmente nulla di meglio da fare. Eppure si scherza, si ride e ci si innamora pure, ascoltando I Put A Spell on You di Screamin' Jay Hawkins lungo le strade deserte delle periferie americane. Ma Jarmusch, come al solito, rimane in bilico fra l'ironia ed un'inevitabile malinconia di fondo.



2. Apocalypse Now (Francis Ford Coppola, 1979)
Me ne rendo conto: il film di Coppola, in questa classifica, sembra un po' un intruso. Ma il viaggio, in questo caso, conta ben più di un conflitto che viene affrontato solo in parte e mai in modo troppo insistito. Ovviamente le intenzioni erano quelle di parlare del Vietnam, ma Coppola sceglie di farlo attraverso la follia che, come una malattia, si impossessa dei soldati, limitando le scene di battaglia e aggiungendo un personaggio (Kurtz) in grado di rappresentare in modo perfetto “l'orrore” ricercato dal regista.
Una lunga ed ipnotica avventura – questa volta con una meta – che si rivelerà ben più complicata del previsto.



1. Pierrot le fou (Jean-Luc Godard, 1965)
Giudicato scandaloso da benpensanti e conservatori dell'epoca, fu addirittura vietato ai minori di 18 anni. Il motivo ufficiale: “un anarchisme intellectuel et moral” (un anarchismo intellettuale e morale). Pierrot e Marianne, delinquenti, scappano dalle apparenze e dall'ipocrisia di quella che Belmondo definisce la “civiltà dei culi” e iniziano un lungo viaggio senza meta, logica o regole attraverso la Francia.
Probabilmente uno dei film più rivoluzionari della già di per sé rivoluzionaria Nouvelle Vague. Sia per la messa in scena che per i contenuti. Godard critica consumismo (quello della “società dei culi” di cui sopra), capitalismo, politiche imperialiste, produzione di armi e tutto quanto possa opporsi allo spirito libertario dei due innamorati in fuga, che continueranno a viaggiare e cantare senza una meta precisa, fino alla fine.

venerdì 9 marzo 2012

You really should see these - Day 2: Fantascienza



Non ce ne sarebbe bisogno dato che non ho postato nulla fra la classifica dei film di zombies e questa, ma riporto comunque il regolamento creato da Elio:

1) Essendo difficile scegliere un unico genere o filone cinematografico, non lo si farà. Se ne possono scegliere 3, ed ogni giorno sarà dedicato ad un genere diverso.
2) Ogni classifica dovrà contare solo ed esclusivamente 7 pellicole.
3) Il genere dovrà essere introdotto, brevemente o meno, e le scelte dovranno essere giustificate, sì da rendere ulteriormente utili le singole classifiche.

Chiunque dovesse decidere di farlo, oltre a rispettare le regole appena scritte, dovrà semplicemente riportare l'identificativa e fantastica immagine ad inizio post.

Ero indeciso se prendere in considerazione tutto il genere fantascientifico o se concentrarmi su sottogeneri specifici come ad esempio le invasioni aliene o i viaggi nel tempo. Alla fine ho optato per la prima, anche se ha voluto dire includere alcuni dei soliti titoli che si vedono abitualmente in queste classifiche. Ho preferito non considerare unicamente un dato periodo e ho incluso tutti quei film con cui sono cresciuto o che mi hanno fatto appassionare al genere. Buona visione!


7. Atto di Forza (Paul Verhoeven, 1990)
Un operaio scopre di essere in realtà un agente segreto a cui hanno cancellato la memoria. Dovrà recarsi su Marte per scoprirne di più, ricordare il passato e fare il culo ai cattivi. La settima posizione è forse l'unica che mi ha fatto andare un po' in crisi, nel senso che ero indeciso fra questo e una buona decina di altre pellicole. Alla fine ha deciso il cuore, perché l'affetto che provo per questo film è tanto e non potevo non dedicargli un posto in classifica. Storia avvincente e originale, ambientazioni fantastiche ed effetti speciali sorprendenti ancora oggi.



6. The Matrix (Andy Wachowski, Lana Wachowski, 1999)
Una delle pellicole di fantascienza più rivoluzionarie degli ultimi anni.
C'è un po' di tutto: kung fu, strane profezie, macchine pensanti, ambientazioni cyberpunk e, ovviamente, pure una storia d'amore.
Ricordo ancora l'incredibile impatto che ebbe su di me questa pellicola. Col passare degli anni ho tralasciato alcuni aspetti e mi sono divertito a considerare quelli più libertari, che sono tanti e nascosti solo in parte dal massiccio uso di capriole ed effetti speciali. Emblematico il discorso finale di Neo rivolto alle macchine.



5. L'Invasione degli Ultracorpi (Don Siegel, 1956)
Prima trasposizione cinematografica del romanzo di Finney scritto nel 1955 (l'ultima, se non mi sono perso nulla, dovrebbe essere il pessimo Invasion, con Nicole Kidman e Daniel Craig), L'Invasione degli Ultracorpi è un film che a rivederlo ora sembra non essere minimamente invecchiato. Capolavoro angosciante e pesante accusa al conformismo della società moderna. Fantastico.



4. 2001: Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968)
E anche in questo caso c'è poco da dire. Kubrick si diverte a ripercorrere la storia dell'uomo arrivando ad ipotizzarne un futuro dominato dalla tecnologia e dall'intelligenza artificiale. I significati possono essere molteplici e per quanto mi riguarda non avrebbe senso fermarsi ad una singola interpretazione. Non lo rivedo da tanto, ma ancora mi ricordo la regia perfetta, la splendida fotografia e la particolarissima atmosfera.



3. La Cosa (John Carpenter, 1982)
Forse il mio film preferito di Carpenter, di cui prossimamente mi divertirò a fare una specie di classifica. Flop al botteghino, viene poi rivalutato col passare degli anni fino a diventare uno dei film di fantascienza più citati e famosi. I makeup effects di Bottin hanno fatto storia, e Carpenter tira fuori uno dei suoi tanti capolavori, allontanandosi di parecchio dal primo film del 1951, La Cosa da un altro mondo.



2. Alien (Ridley Scott, 1979)
L'alieno più spietato di sempre, Sigourney Weaver col lanciafiamme, il silenzio dello spazio profondo e la scena del mostro che fuoriesce dal torace di Kane. Basterebbero queste poche scene per fare di Alien una visione obbligata.
Oltre ad essere un capolavoro, è anche il motivo per cui in questa lista non è presente Blade Runner, dato che avevo deciso di non mettere più di un film per ogni regista.



1. Solaris (Andrej Tarkovskij, 1972)
Kris Kelvin viene mandato in missione su una stazione spaziale sovietica nei pressi del pianeta Solaris. Assisterà ad inspiegabili fenomeni che lo porteranno a confrontarsi con la moglie defunta ed altre inquietanti manifestazioni, ciascuna legata al passato dei pochi disillusi membri dell'equipaggio.
Lo spazio profondo e l'oceano pensante servono al regista russo per insistere sulle difficoltà dell'uomo di conoscere se stesso. Ipnotico ed angosciante.

domenica 26 febbraio 2012

You really shoud see these - Day 1: Zombies



In discreto ritardo, inizio oggi con una piccola serie di tre classifiche dedicate ognuna ad un particolare genere o sottogenere cinematografico.
È un'idea di Elio, a cui vanno i miei complimenti per l'iniziativa e anche qualche moderato insulto per aver limitato a sette il numero di film da inserire.
C'è anche un piccolo regolamento da seguire. Per evitare incomprensioni lo riporto direttamente dal post che ha dato inizio al “You really should see these”:

1) Essendo difficile scegliere un unico genere o filone cinematografico, non lo si farà. Se ne possono scegliere 3, ed ogni giorno sarà dedicato ad un genere diverso.
2) Ogni classifica dovrà contare solo ed esclusivamente 7 pellicole.
3) Il genere dovrà essere introdotto, brevemente o meno, e le scelte dovranno essere giustificate, sì da rendere ulteriormente utili le singole classifiche.

Chiunque dovesse decidere di farlo, oltre a rispettare le regole appena scritte, dovrà semplicemente riportare l'identificativa e fantastica immagine ad inizio post.



Ecco, a proposito di questa utilità delle classifiche, io dico da subito che i tre generi che ho scelto sono molto comuni e non penso di essere andato a pescare chissà quali introvabili perle nascoste. Ad ogni modo, siccome stilare classifiche di questo tipo mi diverte non poco, spero che possa risultare altrettanto divertente per voi leggerle e magari consigliare quelli che per voi sono i film imperdibili dei tre generi scelti. Inutile precisarlo, ma siete liberissimi di continuare questa iniziativa anche sul vostro blog.

Inizio con una piccola classifica dei film di zombies, creature che mi stanno particolarmente simpatiche sia quando vengono usate per una critica sociale che quando servono esclusivamente a mettere in scena splatter, tensione o umorismo. Come se non bastasse, la loro comparsa è spesso legata ad una forte componente post apocalittica, e ciò me li fa amare ancora di più. Non è un genere che ha bisogno di particolari presentazioni, quindi mi limito a precisare che per questa classifica ho preso in considerazione unicamente i morti viventi “classici”, scartando infetti di vario tipo, armate di scheletri e compagnia bella.
Quindi, senza nessuna pretesa, ecco i sette zombie movies che ho preferito o che secondo me andrebbero obbligatoriamente visti:


7. White Zombie (Victor Halperin, 1932)
Madeleine arriva ad Haiti per sposarsi con Neil, ma Charles Beaumont, ricco proprietario terriero del posto, vuole impedire il matrimonio. Si rivolge quindi a Murder Legendre, uno stregone voodoo che trasformerà Madeleine in una schiava zombie. È presente in questa classifica più che altro per il fatto che viene considerato come il primo film dedicato interamente alla figura del morto vivente. Se si esclude uno spassoso Lugosi, la recitazione è alquanto bruttina e i dialoghi sicuramente dimenticabili, ma qualche battuta mitica qua e là e la tetra atmosfera lo rendono comunque un piccolo film imperdibile.



6. Dimensione Terrore (Fred Dekker, 1986)
What is this? A homicide, or a bad B-movie?
Irresistibile omaggio ai vecchi film fanta-horror di serie b, Night of the Creeps parte con una prima scena su un'astronave aliena a cui fanno seguito una decina di minuti in un suggestivo bianco e nero ambientati negli anni '50. Infine, dopo un salto temporale di una trentina d'anni, si inizia con la storia vera e propria. I morti viventi però non vengono dall'inferno, da uno strano virus o da riti voodoo, bensì dai parassiti presenti sull'astronave della prima scena. Ottima sceneggiatura, dialoghi divertenti, ritmo sostenuto, alieni e zombies: non potevo non inserirlo in questa classifica.



5. Dead Set (Yann Demange, 2008)
Non è un film, ma una miniserie di cinque puntate, eppure, proprio a causa della sua durata contenuta (140 minuti), ho deciso di inserirla comunque nella lista. I protagonisti principali sono i concorrenti del Grande Fratello inglese e un'assistente dello studio televisivo che lo produce. L'invasione, veloce e violenta, non lascia scampo, e i pochi sopravvissuti dovranno trovare un modo di resistere il più a lungo possibile. Ironico, violento e disperato, sorprende per l'abilità nel gestire in modo intelligente situazioni estreme e personaggi stereotipati.



4. Shaun of the Dead (Edgar Wright, 2004)
Anche in questo caso la trama non presenta nulla di nuovo, ma nuovo (in parte) è il modo in cui viene trattata. L'invasione di zombies diventa qui una divertentissima commedia demenziale che riprende le situazioni più classiche del genere senza limitarsi ad omaggiarle o a parodiarle, ma mettendo in scena uno dei film di zombies più originali che mi sia capitato di vedere. Le scene culto si sprecano e citarne una a caso non avrebbe senso. Ma insomma, lo conoscete tutti.



3. …E tu vivrai nel terrore! L'Aldilà (Lucio Fulci, 1981)
Una giovane donna di New York, Liza Merril, eredita un hotel abbandonato in Louisiana. Decide di ristrutturarlo ed iniziare una nuova attività, inconsapevole del fatto che l'albergo si trova esattamente su una delle sette porte dell'Inferno. I lavori di ristrutturazione l'apriranno, e le conseguenze saranno disastrose.
Questa volta i morti viventi non agiscono da soli ma in compagnia di ragni, fantasmi ed altre inquietanti manifestazioni paranormali. Film duro e pessimista dall'atmosfera quasi indescrivibile, esageratamente gore e spiazzante, con uno spietato ed indimenticabile finale. Imperdibile.



2. Re-Animator (Stuart Gordon, 1985)
Dan, un promettente studente di medicina, si ritrova coinvolto nei bizzarri e macabri esperimenti del suo nuovo coinquilino Herbert West. Quando Herbert scoprirà un modo per rianimare i cadaveri testando una nuova sostanza sul gatto morto di Dan, inizierà una lunga serie di incidenti dagli imprevedibili risvolti.
È il terzo film di questa lista ad essere caratterizzato da un'importante componente comica, ed è anche il più splatter dei tre. La prima volta che lo vidi fu amore a prima vista, e rivederlo è sempre un piacere.



1. Dawn of the Dead (George A. Romero, 1978)
Ne approfitto per precisare che la quarta regola che mi sono imposto per queste classifiche, è quella di non inserire più di un film dello stesso regista, altrimenti, in questo caso, le prime tre posizioni sarebbero state occupate unicamente dal maestro indiscusso del genere. Probabilmente anche una quarta, se si considera il sottovalutatissimo Diary of the Dead. Quindi, pur avendo messo il titolo del capitolo di mezzo della vecchia trilogia, fate conto che siano presenti anche il primo La notte dei morti viventi e il terzo Il giorno degli zombi, entrambi magnifici ed imperdibili capolavori. Tutto nasce da qui.

mercoledì 15 febbraio 2012

Pour elle - The next three days




















 
Pour Elle
Di Fred Cavayé, 2008 (Francia), 96 min.
Con Vincent Lindon, Diane Kruger
Scritto da Guillaume Lemans, Fred Cavayé

The Next Three Days
Di Paul Haggis, 2010 (USA, Francia), 133 min.
Con Russell Crowe, Elizabeth Banks, Olivia Wilde
Scritto da Paul Haggis, tratto dalla sceneggiatura di Guillaume Lemans, Fred Cavayé

Una mattina come tante; lui è un professore, lei impiegata in un ufficio. Fanno colazione, parlano del più e del meno e si preparano ad uscire per accompagnare il figlio a scuola e recarsi al lavoro. A quel punto lei si rende conto della macchia di sangue sul suo cappotto. Prova a lavarla via ma non fa in tempo, la polizia è già lì, irrompe nell'appartamento e la porta via con la forza davanti a marito e figlio impotenti. Accusata di omicidio, viene rinchiusa in carcere e condannata a più di vent'anni.
Dopo tre anni di inutili appelli, lui decide di prendere in considerazione l'unica possibilità rimasta: l'evasione.
La trama è la stessa in entrambi i film. Il primo è quello francese del 2008, il secondo è il remake americano di Haggis, prodotto appena due anni dopo.

Quello che Cavayé e Haggis intendono girare è un semplice thriller, niente di particolarmente impegnato o pretenzioso. La denuncia, ammesso che ci sia, non è esplicita, ma solo in parte suggerita.
A me però piace vederla e quindo lo dico subito: con questi due film mi sono divertito perché viene messa in scena (ammesso che fossero davvero quelle le intenzioni) la lotta del singolo contro istituzioni e Potere, e il voto relativamente alto che mi è venuto da dare al film di Haggis è dovuto principalmente a questo fattore.
E ora va detta un'altra cosa: questo, mi dispiace ammetterlo, è uno dei pochi casi in cui il remake si rivela decisamente più riuscito dell'originale.
La differenza più importante riguarda sicuramente la durata. Quaranta minuti in più permettono alla produzione statunitense di insistere maggiormente su certi aspetti e di rendere quindi più coinvolgente la parte finale della pellicola, molto più articolata rispetto a quella francese. I preparativi che precedono il tentativo di evasione sono più interessanti da seguire e ricchi di dettagli aggiuntivi, i personaggi sono delineati meglio e risulta più facile l'immedesimazione.


Haggis abbandona fortunatamente la retorica dei suoi precedenti lavori e si limita a suggerire, senza mai affrontarlo apertamente, tutto il discorso riguardante un sistema giudiziario scorretto ed iniquo per definizione.
Il fatto di non insistere troppo su tali aspetti si rivela però positivo per due fondamentali ragioni: la prima è che non ce n'era particolarmente bisogno; è tutto sufficientemente chiaro così ed è già sorprendente che un film di Hollywood affronti in questo modo una questione così delicata.
La seconda è che la pellicola ne guadagna in ritmo e tensione.
Il discorso è leggermente diverso per quanto riguarda l'originale del 2008, dato che sia il ritmo che la tensione sono presenti in quantità decisamente inferiori. Cavayé, al suo primo lungometraggio, si limita al compitino. La sua regia non colpisce e nonostante la durata contenuta si avverte qualche momento morto di troppo. Nella versione francese è tutto molto più semplice, ci si basa più sull'idea che sulla realizzazione della stessa e la costruzione è meno solida rispetto a quella di altri thriller francesi dello stesso genere.
Stranamente, la versione del 2008 è anche quella che per prima decide di rassicurare lo spettatore, dimostrando l'innocenza della moglie in un flashback che ci spiega come si sono realmente svolti i fatti.
A Pour Elle, come sempre quando si fa un confronto fra originali e remake, va comunque riconosciuto il merito di essere stato il primo e di aver influenzato Haggis nella realizzazione di alcune scene in tutto e per tutto uguali a quelle del prodotto francese.
Resta il fatto che la versione americana, per quello che si propone di essere (una tamarrata d'intrattenimento senza pretese), è una pellicola con pochi difetti.
Ve ne sono due in particolare che mi hanno un po' infastidito. Il primo riguarda la scena della chiave, utile a creare empatia col protagonista ma completamente priva di logica, dato che non si capisce proprio come Crowe avrebbe potuto servirsi della semplice chiave di un ascensore della prigione per far evadere la moglie. La seconda è invece quello del testacoda in autostrada, annoverabile fra le scene più trash degli ultimi anni.
Il mio consiglio – ed è un brutto consiglio, lo so – è di passare direttamente al remake.

Pour elle: 11/20
The next three days: 13/20

domenica 12 febbraio 2012

My sassy girl


Yeopgijeogin geunyeo
Di Jae-young Kwak, 2001 (Corea del Sud), 123 min./137 min. (Director's cut)
Con Tae-hyun Cha, Gianna Jun
Scritto da Jae-young Kwak, Ho-sik Kim, tratto dal libro di Ho-sik Kim

Kyun-woo, studente universitario svogliato che sogna di incontrare il vero amore, conosce sulla metropolitana un ragazza ubriaca che, dopo aver vomitato sul parrucchino di uno sconosciuto, si gira verso di lui chiamandolo “tesoro” e poi sviene accasciandosi a terra. Convinti che i due stiano davvero insieme, gli altri passeggeri esortano Kyun-woo ad occuparsi della ragazza. Nasce così una travagliata, assurda e atipica storia d'amore.

Commedia sentimentale di enorme successo, My Sassy Girl unisce momenti divertenti ad altri leggermente più drammatici. In Asia è stato quasi capace di raggiungere gli incassi di Titanic, diventando uno dei film coreani più visti di tutti i tempi. La storia è tratta dal diario personale che Kim Ho-sik pubblicava sul suo blog; dal blog si è poi passati al libro e infine al film, che lo stesso Kim Ho-sik ha co-sceneggiato insieme al regista. Difficile dire quanto di quello che vediamo nel film abbia effettivamente avuto luogo, ma tutto ciò che ad una prima occhiata parrebbe aggiunto esclusivamente per rendere la vicenda più interessante contribuisce comunque a rendere la storia d'amore fra Kyun-woo e la ragazza senza nome una specie di favola moderna, lontana dalle pellicole sentimentali a cui siamo abituati.
La struttura, ovviamente, è quella classica: due persone si incontrano, creano un legame di qualche tipo e si aspetta di vedere se alla fine riusciranno a superare gli eventuali ostacoli e rimanere insieme. Gli ostacoli, in questo caso, provengono dalla ragazza senza nome, personaggio dal carattere forte e deciso, ben scritto e interessante da seguire, anche nei momenti in cui alcuni suoi comportamenti potrebbero sembrare forzati. È lei a decidere il ritmo della nuova relazione, e lo fa senza riflettere, arrivando anche a trattare male il suo nuovo compagno: lo insulta, lo usa, minaccia (più o meno scherzosamente) di ucciderlo, ma in fin dei conti l'affetto che prova per lui è evidente.
Il personaggio principale, vero e proprio narratore della storia, è però Kyun-woo. A chi continua a chiedergli che cosa avrà intenzione di fare del suo futuro lui continua a rispondere, con una certa svogliatezza, che non ne ha la minima idea. Non lo sa e nemmeno gli interesssa saperlo, consapevole del fatto che diventare un meccanismo attivo della società non gli porterà nulla di buono, non pensa ad altro che a quella strana ragazza senza nome che continua a trattarlo male. E uno degli aspetti più coinvolgenti della pellicola è proprio il notare come non riesca a capacitarsi del fatto che lui, proprio lui, sia rimasto coinvolto in una storia del genere con una ragazza che giudica perfetta.
Ad allontanarsi dalle solite commedie drammatiche sentimentali sono più che altro la messa in scena e il modo di trattare i personaggi e le dinamiche che ne regolano il complicato rapporto. Si notano qualche piccolo siparietto di umorismo tipicamente orientale (le scene in cui Kyun-woo si fa inseguire dalla madre risulterebbero probabilmente fuori luogo anche in una commedia demenziale) e un paio di scene forse fin troppo assurde come quella dei militari, che però finiscono per inserirsi senza problemi nell'atmosfera del film.
Nel 2008 gli americani ne hanno fatto un remake con Elisha Cuthbert nella parte della ragazza senza nome, che in questo caso però si chiama Jordan. Probabilmente non lo vedrò mai.

15/20

venerdì 3 febbraio 2012

Take Shelter


Di Jeff Nichols, 2011 (USA), 120 min.
Con Michael Shannon, Jessica Chastain, Shea Whigham
Scritto da Jeff Nichols

Curtis LaForche è a capo di una squadra in un'impresa mineraria. Ha una moglie che lo ama e una figlia sordomuta di cui prendersi cura. Stanno bene, non hanno particolari problemi economici e sognano di potersi un giorno trasferire in una casa sulla spiaggia.
Questo benessere viene però interrotto quando Curtis inizia a sognare l'arrivo di un'incontrollabile e gigantesca tempesta. Col passare dei giorni, gli incubi diventano vere e proprie visioni apocalittiche in grado di manifestarsi anche in pieno giorno.
Se di certi film, prima di vederli, preferireste non sapere nemmeno i nomi degli attori, potete considerare finita la recensione. Potrei al massimo seguire il consiglio datomi qui da Elio e limitarmi a dirvi: Capolavoro. Guardatelo. Punto.
Ad ogni modo gli spoiler più significativi si trovano solo nelle ultime righe e ci sarà un ulteriore avvertimento. Il resto può essere letto senza troppi problemi.


Si è parlato molto, in America, di come questo film sia una metafora della sua condizione attuale, concetto però facilmente estendibile ad ogni altra nazione del pianeta. Una sorta di avvertimento, uno studio sulla paura di quello che il futuro potrebbe riservare ad una società che al futuro continua a non pensare. Probabilmente è così, eppure lo stesso Nichols si è sempre dimostrato contrario a parlare dettagliatamente del finale della sua opera e dei suoi possibili significati.
Personalmente, a colpirmi durante la visione, sono state più che altro le intenzioni di descrivere un personaggio intento a lottare contro un presunto disequilibrio mentale, da lui temuto per via della storia della madre, improvvisamente impazzita quando aveva più o meno la sua stessa età. Ora, senza stare ad insistere più di tanto su quelli che sono i miei pensieri riguardo al concetto stesso di psichiatria e di “malattia” mentale, e provando a dimenticare il fatto che Nichols abbia affermato in un'intervista che la scena in cui Curtis va dallo psichiatra sia effettivamente una delle più importanti del film (e questo non dice comunque nulla su quale potrebbe essere la chiave di lettura più azzeccata), preferisco non limitarmi ad una singola interpretazione e concentrarmi sul fatto che Take Shelter, in ogni scena, dialogo ed inquadratura, è un'immensa lezione di cinema. Ovviamente per quelli che sono i miei gusti.

Entriamo nella routine di Curtis consapevoli di come questa cambi con il progressivo aggravarsi dei suoi incubi. Le visioni hanno infatti il potere di influire pesantemente sulla sua vita, sia dal punto di vista mentale che fisico, come nel caso del dolore al braccio avvertito all'indomani di un sogno in cui si faceva mordere dal cane.
Alcuni di questi sogni non sono mostrati e ci limitiamo a viverli sentendoli raccontare da Curtis, ma la maggior parte li possiamo vedere anche noi, in quelle che sono indubbiamente le scene più potenti ed angoscianti della pellicola. Risultano talmente coinvolgenti che lo spettatore è inevitabilmente portato a credere che quelle di Curtis siano a tutti gli effetti delle vere e proprie premonizioni di un qualcosa di indefinito che prima o poi non potrà fare a meno di manifestarsi. Ma Nichols è bravo e rimane in equilibrio, cattura col dubbio e spaventa con tecniche per certi versi vicine a quelle del cinema horror, un genere che farebbe bene a prendere in considerazione.
Fortunatamente la lavorazione è stata a tutti gli effetti indipendente; Nichols ha dovuto preoccuparsi esclusivamente dei tempi senza curarsi di eventuali intromissioni da parte di majors e produttori e questo gli ha permesso di girare esattamente il film che aveva in mente. La sua bravura dietro la macchina da presa è invidiabile, e malgrado la si noti di più durante le brevi visioni che perseguitano LaForche – ve ne sono due in particolare che, per tecnica e contenuti, riescono a togliere il respiro – risulta evidente anche nel resto della pellicola.
Gran parte del merito va anche a Shannon, bravo in modo imbarazzante, e alla Chastain, protagonista di un'annata praticamente perfetta.


SPOILER

Infine, dopo due ore passate a chiedersi se la minaccia fosse reale o simbolizzasse semplicemente il disturbo mentale del protagonista, arriva l'ultima scena. La tempesta c'è, è lì, la si può vedere, sentire e anche toccare, attraverso le gocce di pioggia color ruggine. Curtis guarda Samantha, cercando un cenno d'intesa, una rassicurazione di qualche tipo, e lei annuisce, come per dire “sì, la vedo anch'io, è tutto vero”. Non si potrà forse mai sapere se quel cenno di Samantha rappresenti l'accettazione del malessere di Curtis oppure l'inevitabile resa di fronte ad un'apocalisse che non potrebbe ormai essere più reale di così. Insomma, che la fobia di Curtis di impazzire sia giustificata o meno, che sia veramente un film sulla follia, oppure su un'ipotetica fine del mondo o sulla crisi economica, poco importa; rimangono la profonda sensazione di angoscia e paura e la convinzione di aver visto uno spiazzante capolavoro.

19/20

mercoledì 1 febbraio 2012

Treni strettamente sorvegliati


Ostre sledované vlaky
Di Jirí Menzel, 1966 (Cecoslovacchia), 93 min.
Con Václav Neckár, Josef Somr, Vlastimil Brodský, Jitka Scoffin, Nada Urbánková
Scritto da Jirí Menzel e Bohumil Hrabal, tratto dal romanzo di Bohumil Hrabal

Ambientato nella Cecoslovacchia occupata dai nazisti, è la storia di Milos, qui al primo giorno di lavoro. Deve prendere il posto del padre, che può finalmente godersi la pensione dopo aver lavorato per anni nella piccola stazione del villaggio. Dopo la breva scena dell'incoronazione fatta col cappello della divisa da lavoro, Milos arriva in stazione e conosce i suoi colleghi, fra cui spiccano il donnaiolo Hubicka e il capostazione Valenta, orgoglioso di aver fatto carriera resistendo al fascino delle donne ma in realtà gelosissimo dei continui successi del collega.
Tutto procede nel migliore dei modi, fino a quando Milos scopre di non essere in grado di soddisfare sessualmente Masa, la giovane conduttrice di cui è perdutamente innamorato.

Milos è un ragazzo particolare, timido e riservato, e tramite la breve presentazione iniziale della sua famiglia e degli strambi personaggi che la compongono, si capisce subito quali saranno i toni della pellicola. Suo nonno, tanto per dirne una, è stato schiacciato dai carri armati tedeschi mentre tentava di ipnotizzarli per fermarne l'avanzata verso Praga. Suo padre, invece, dopo essere riuscito a raggiungere la pensione a 46 anni, passa le sue giornate senza nemmeno alzarsi dal divano. Milos, pigro quanto lui, è decisamente contento di aver trovato un lavoro che gli permetterà di non fare praticamente niente per tutto il giorno: stare per ore su una piattaforma con un disco in mano a parlare coi colleghi è quanto di meglio ci possa essere. Niente lavori pesanti, nessuna fatica.
La trama del film è estremamente semplice, ma il climax narrativo con l'assalto al carico di munizioni tedesche è solo una scusa. Qui si parla d'altro e Menzel preferisce concentrarsi sui personaggi, uomini e donne dipinti con tenera ironia, guidati dalle passioni e dai sentimenti, pronti a far passare l'amore – che sia quello serio di Milos e Masa o quello apparentemente più frivolo fra Hubicka e le sue tante conquiste non fa differenza – prima di ogni cosa. Si potrebbe quasi affermare che la parte conclusiva del film sia addirittura troppo forzata e seriosa rispetto al resto della pellicola, poiché distoglie in parte dalla magica e surreale atmosfera che si era creata in precedenza.
Si avvertono, a tratti, gli stessi toni spensierati di quel capolavoro anarchico e antimilitarista che è MASH. Il contesto è diverso, ma le descrizioni dei personaggi, i loro rapporti e i dialoghi tanto demenziali quanto profondi sono invece molto simili. E proprio come nel film di Altman, la guerra passa in secondo piano, come un piccolo ostacolo facilmente aggirabile.
Notevole la regia di Menzel, qui al suo primo lungometraggio, ma anche la recitazione dei giovani attori, la cui inesperienza contribuisce in parte alla riuscita di una commedia malinconica e sensuale in grado di far sorridere dall'inizio alla fine.

16/20

lunedì 30 gennaio 2012

Naboer


 
Di Pål Sletaune, 2005 (Norvegia, Danimarca, Svezia), 75 min.
Con Kristoffer Joner, Cecilie A.Mosli, Julia Schacht, Anna Bache-Wiig, Michael Nyqvist
Scritto da Pål Sletaune

John si è appena fatto lasciare dalla fidanzata. Lei, Ingrid, la vediamo tornare un'ultima volta nell'appartamento che condividevano per raccattare le sue ultime cose. Lui è distrutto, apparentemente pentito per avvenimenti che ancora non ci è dato sapere; prova a parlarle, a farla restare, ma inutilmente. Poche ore dopo, tornando a casa dal lavoro, John conosce Anne, la vicina dell'appartamenteo accanto, che lo invita subito a casa sua e di sua sorella per farsi aiutare a spostare un mobile e bere qualcosa. Lui accetta, ma qualcosa nel comportamento delle due ragazze lo insospettisce: parlano in modo strano, gli raccontano dettagliatamente alcune loro esperienze sessuali e, soprattutto, conoscono particolari privati della sua storia con Ingrid.

Costruire un thriller psicologico di questo tipo, limitandone la durata a poco più di settanta minuti, consente a Sletaune di essere estremanente diretto. Non si perde tempo, si entra da subito nel vivo e già dopo poche scene si viene coinvolti nel morboso ed ossessivo labirinto mentale del protagonista.
La storia e la tecnica scelta per raccontarla non presentano nulla di nuovo, tanto che ad un certo punto, per qualche istante, si ha quasi il timore di assistere ad un mero esercizio di stile con l'unico scopo di stupire lo spettatore, di fargli credere una cosa per poi sorprenderlo poco dopo – procedimento apprezzabile in certi film, magari anche meno riusciti di questo, ma che qui avrebbe forse avuto il sapore di una semplice presa in giro. E invece, tramite alcuni indizi che il regista norvegese non si preoccupa troppo di nascondere, risultano subito evidenti le sue finalità.
La casa delle due sorelle non risponde a nessuna regola precisa, i corridoi si allungano e si stringono a seconda delle esigenze, i mobili vengono spostati senza motivo e uno spazio ristretto come può essere un piccolo appartamento si trasforma in un territorio indefinito, plasmabile e ricco di insidie.  Mancano riferimenti e certezze, e gran parte del merito va alla regia curata ed elegante di Sletaune. 
Joner, viso perfetto per il ruolo e sguardo freddo quanto basta, è bravissimo nel comunicare i sentimenti di un personaggio consapevole di trovarsi incastrato fra realtà e finzione, terrorizzato dall'impossibilità di giungere ad una risoluzione pacifica e quindi sempre più vittima delle conturbanti sorelle e dei propri incubi. La risposta alle sue domande è a portata di mano, ma potrebbe rivelarsi ben più dolorosa del previsto, meglio quindi rifugiarsi nel rifiuto, fino all'ultimo istante.
Indimenticabile la scena finale, forse prevedibile ma a suo modo perfetta. Naboer è un piccolo film che avrebbe meritato molta più attenzione.

Qui  trovate la recensione di Elio.

15/20


martedì 17 gennaio 2012

La Cosa (2011)


The Thing
Di Matthijs van Heijningen Jr., 2011 (USA, Canada), 103 min.
Con Mary Elizabeth Winstead, Joel Edgerton, Ulrich Tomsen
Scritto da Eric Heisserer, tratto dal racconto di John Campbell

Inizio ripetendo un concetto che avevo già espresso nella recensione di Let me in: non sono contro i remake. Spesso si rivelano inutili, fastidiosi e magari anche irrispettosi, ma non sono contro. Nemmeno quando sono fatti male ed è palese che l'unico motivo della loro esistenza è rappresentato dalla speranza di chi lo finanzia di incassare più di quanto sia stato speso per produrlo, figuriamoci poi quando magari vengono bene o permettono, a chi se lo fosse perso, di riscoprire l'originale.
Detto questo, è naturale che certe operazioni facciano quantomeno storcere il naso. Se per quanto riguarda Let me in lo scetticismo era da imputare al fatto che lo stesso film era già stato diretto in modo pressoché identico appena due anni prima, in questo caso lo si deve ad un altro piccolo dettaglio: La Cosa, quello del 1982, è un capolavoro intoccabile. Quindi mi contraddico subito e ammetto che la mia prima reazione alla notizia che ne avrebbero fatto un remake è stata: “ma come si permettono?!”
Ora però occorre puntualizzare: La Cosa non è un remake, ma un prequel. Se questo sia un bene o un male non saprei dirlo, quel che è certo è che quello del 1982 non necessitava di alcun dettaglio o spiegazione in più. Inoltre, il film di Matthijs van Heijningen, pur non essendo un vero e proprio remake, ha una vicenda strutturata in modo estremamente simile a quella di Carpenter. Ed ecco quindi che ci viene mostrato il modo in cui viene decimato il gruppo dei norvegesi scopritori dell'alieno, fino alla scena dell'husky che apre il sequel. Il rischio spoiler, ovviamente, non c'è.


Si inizia, quindi, con un gatto delle nevi al cui interno vi sono tre scienziati norvegesi che, tanto per far capire da subito l'atmosferà che regnerà, si raccontano barzellette sporche. All'improvviso si apre un crepaccio, il mezzo precipita e si incastra in una posizione che permette a chi lo guida di limitarsi ad accendere i faretti e scoprire una gigantesca astronave. Il capo del team di cui fanno parte, infoiatissimo per la scoperta, chiama subito a raccolta un gruppo di scienziati da tutto il mondo, fra cui spicca la giovanissima ma già superesperta Kate. Non c'è nemmeno il tempo per le presentazioni che subito si inizia a lavorare per recuperare il corpo dell'alieno rinvenuto poco lontano dall'astronave e sepolto sotto un metro di ghiaccio. E dopo questi primi venti minuti di pellicola io ancora pensavo di poter assistere ad un qualcosa di un minimo decente. Invece no. Il primo segnale di allarme arriva quando Mr. Eko, mentre tutti sono occupati a bere e a ridersela della grossa pensando a quanto diventeranno ricchi e famosi per aver scoperto una nuova forma di vita, si avvicina al blocco di ghiaccio che contiene l'alieno, lo esamina angosciato, e si fa poi terrorizzare da un buontempone norvegese sbucato dal nulla che gli urla alle spalle. Fortunatamente (o forse no), questa è anche la scena più spaventosa del film, preludio ad ottanta minuti di sbadigli e alieni deformi in CGI.


I riferimenti al film di Carpenter sono tanti, già a partire dai caratteri cubitali della locandina, ma il rischio di dover comparare scena per scena i due lavori svanisce quando diventa chiaro che non ne varrebbe nemmeno la pena. Né per il povero van Heijningen, né tantomeno per il povero spettatore. Ma il vero problema del film è che non funzionerebbe neppure se uno dovesse far finta che sia la prima trasposizione del racconto di Campbell. Prima di tutto vi è il problema della completa assenza di angoscia. Un problema non da poco, per un horror fantascientifico ambientato in mezzo ai ghiacci. La storia va infatti avanti seguendo sempre il solito schema: l'alieno si impossessa di una persona a caso, si scopre chi è, lo si brucia col lanciafiamme e avanti così in un'altra stanza, se prima era la cucina ora è il laboratorio. È vero, le cose da fare in una stazione sperduta in mezzo ai ghiacci non sono molte, eppure – e qui il paragone scatta comunque – Carpenter riusciva davvero a terrorizzare. C'era la solitudine dei protagonisti, la paura dell'ignoto, un'eccellente costruzione della tensione... Qui no. Non basta ambientare il film in una location suggestiva quale può essere L'Antartide, per riuscire a trasmettere smarrimento e inquietudine, perché l'ambientazione devi anche saperla sfruttare.
Poi c'è l'alieno, che vediamo unicamente grazie ad un uso sfrenato ed irresponsabile del computer, e che quindi non disgusta nemmeno per sbaglio: si contorce, urla, si apre in due, ha zanne e artigli che gli si formano in ogni parte del corpo, cammina come un ragno e si impossessa delle sue vittime deformandole nei modi più fantasiosi, ma il massimo che riesce a suscitare è qualche risatina.
Si arriva infine al difetto principale della pellicola: la noia. Tanta, a tratti quasi insopportabile, dovuta sia ad una scarsa caratterizzazione dei personaggi che alle prevedibilità del tutto.
È un peccato, perché il rispetto che regista e sceneggiatore provano per l'opera a cui si ispirano è evidente, ed i collegamenti fra i due film non si limitano certo al finale con l'husky, eppure è tutto talmente spento e privo di mordente che non riesce ad intrattenere per più di venti minuti.

06/20